giovedì, aprile 27, 2006

VOLONTA' E RAGIONE


Cosa muoverebbe l’uomo? Istinti egoistici e ragione (surrogato di istinto di paura). Ma quanti sono gli istinti e qual ‘è il ruolo della ragione?C’è negli istinti di sopravvivenza egoistici un conflitto tra istinto di paura e di violenza, e paradossalmente il vincitore è l’istinto di paura, che andrà ad instaurarsi nella mente umana come ragione positiva. L’istinto di “contatto” (che è qualsiasi azione fisica che un individuo compie su un altro individuo, -di solito tendo ad indicare questo impulso nella sua accezione più brutale, ossia lo chiamo “istinto di violenza”, ma bisogna tenere presente che quest’impulso “di contatto” si manifesta in diverse forme, che vanno dalla pacca sulla spalla allo stupro e non intendo ulteriormente classificare) si esprime nell’arte o in letteratura o in musica (insomma, come sublimazione), o nei rapporti verbali e fisici tra persone (sesso, lotte…). Ci sono, infine, negli istinti egoistici anche istinti “di mediazione”, istinti che possono ora propendere per la violenza ora per la paura: quelli che le scienze sociali chiamano need for competence, curiosità, need for achivment, bisogno d’affiliazione.E chi si suicida lo fa per egoismo? Ma se l’egoismo è istinto di sopravvivenza, non è forse una contraddizione in termini il suicidio? Allora occorre dire che la volontà è l’egoismo. E l’egoismo si consta pertanto di istinti di sopravvivenza egoistici e volontà di non sopravvivenza. La non sopravvivenza non è propriamente un istinto puro, bensì è un surrogato degli istinti di paura, come la ragione che ora merita di essere chiamata ragione negativa. Suicidio nasce in risposta al non trovar soddisfazione nella vanità della vita, o nello scoprirsi inetti, o nel ripudio alla competizione (e pertanto degli istinti di violenza), insomma nasce da una grande, eccessiva, valorizzazione della paura. Per ovviare a questa estrema conclusione della vita invece, bisogna prendere consapevolezza che tutto è illusione (non essendoci un fine ultimo, ed essendo le nostre azioni finite in quanto mortali), e vivere di rispetto (perché, ripeto, una Verità non esiste!): tutti i giudizi (per quanto prospettici) sono ammessi, nessuno è imposto.

lunedì, marzo 20, 2006

RIVELAZIONE

Percezione emarginata
Lambisci i miei confini
Liquida il passato e
Rivelami il destino.

Mi abbandono totalmente
Alla forza tua bruta
Efficace e dirompente,
Benefica e allietante.

Mi getterò a terra
Dolorante e pietoso
Sì arreso e sì sconfitto,
Implorando il tuo perdono.

Scorgerò dall’altopiano
Una luce accecante,
Che distingue e poi modella
Senza affanno né tormento.

All’improvviso odor di canti
Provenire dall’oriente.
E mi desto e apro gli occhi:
Ancora Niente.

martedì, marzo 07, 2006

Sono poesie con moltissimi simboli e voluti ossimori e antitesi. Ogni parola, anche se forse apparentemente incomprensibile, ha un senso.
Cerco di sublimare i miei stati d'animo (e le immagini che mi si vanno creando nella mente) in poesie che io definirei "onirico-surrealiste" (conscio che qst ultimo termine ha una connotazione aristica piuttosto che poetica).

O DOLCE BAMBINA

O dolce bambina
Dalle volute grazie,
le membra discendi
dal viso tuo gregario.

Ancora soggiaci
Il porto che fu,
Il partito lasciato,
L’agenda riposta.

O dolce bambina
Il tempo è passato
Ma sembra tornare
Mentre distingui.

La rima solenne
Di una vita baciata,
L’ardore continuo
Di passioni infinite.

Il seno divino
Andavi sognando
Mai doma di cuore
Sapevi incontrarlo.

Intanto giocavi
Con la tua biglia;
In un campo di biglie
La tua famiglia.

O dolce bambina
Da nobil movenze,
Risplende nel disco
Un coccio di rose.

Fragile assai corrotta
Dalla fertile nebulosa
Che scese dall’arpeggio
E tinse il cielo di marmo.

E indomita ridi
Dell’arco funesto,
Ignori le corde che
Hai teso nell’aria.

O dolce bambina
Che amore tu doni
Nell’ultimo grido
Chiedi perdono.

DISCRETO MANCARE

Forse volevi cangiare
D’un tratto in pennuto,
Mostrarti rapace in tutto
L’assenzio.

L’attento brigare
Tra mosche e farfalle,
L’aureo ardire
Tra fusti di pietra.

Provar la sagacia
D’un atto compiuto
Estraneo alla legge:
Discreto mancare.

domenica, febbraio 19, 2006

IL NULLA BLU

Patria di menti alienate
Città drogata senza coda
Le catene vengono schiacciate
Mentre ci si libera nella moda.

Il sarcasmo, la violenza
La visuale è rovesciata
L’eternità abbandonata
Sovrabbonda l’arroganza.

Semplice narcotico appagante
Che distrugge ciò che si pensa grande
Rase al suolo son le aiuole
Di fumo nero trascorrono le ore.

Galleggiano vane nell’aria
essenze di corpi spenti.
Disegnano nel cielo incomprensibili sementi
Da gettare ai più intransigenti.

Ne soffre l’ingegno labile
Nascosto alla moltitudine
In cammino verso una parata incomprensibile
Che si riduce in un senso futile.


L’ULTIMA GIORNATA

Scorre nelle grigie sere d’autunno
Sentendo la lontananza di un campo in fiore
S’abbandona alla logica latente nella languida attesa
di trovare conforto in un frutto dimenticato.

Eccelle nella lotta apatica,
Incontra il vento ma dimentica l’essenza.
Prova pietà per la beffa giocata,
l’affronto subito.

Smarrisce il piacere, il torto lo sovrasta
Comprende e compete, ma perde il pensiero
La nebbia avvolge il vecchio, nascosto, capolinea
Un’ amalgama variopinta scompare all’orizzonte,
tremando.
Perso il senso astratto
Distrutto il reale
Si muove nella luce
Una maschera d’orrore.

Gli istinti tardano a presentarsi.

Difficile riprendersi
L’esortazione fallita;
Impossibile l’apertura.

martedì, febbraio 14, 2006

MISTIFICATRICE

La vedi impegnata ad asciugare dal manto erboso le colpe
Assorbe il gelido vento siberiano liberando un
inutile grido.


Vive le torbide sere d’inverno in gabbie dorate
Imita l’ignoto, ed incanta il seguace riconoscente,
ma
Tristemente abbandona il fatal territorio notturno
Arrancando sulla spalla di un’ombra.


Non ha respiro,
Ogni movente è stato dimenticato
Niente merita più attenzione.

Ha contratto il peccato mortale.
Aspetta il giorno, riscopre la sera.


Senso di colpa, distrugge il suo gracile corpo
mentalmente
Esplora la probabilità estrema, e
l’autenticità nascosta
Nessuno capirà, il nulla eterno
travolge e terrorizza
Scappa, inseguita dalla falce
sepolcrale.
Ora, il sacro atto è stato
compiuto.


Il male dell’uomo, perpetuato.

domenica, febbraio 12, 2006

ECCOMI, ALL’ENNESIMA POTENZA NEGATIVA

Introduzione “brainstorming” al più pessimista dei filosofi.

Il guaio è che io non credo in niente, non ho ideali, non posso lottare per qualcosa di certo.
Mi manca la sicurezza nei luoghi, nelle persone, non in me stesso, o perlomeno, di meno che negli altri. La volontà di cambiare, superare questa mia condizione è tanta, ma mi renderei immediatamente conto che cadrei in ciò che voglio evitare. Abbandonerei ciò che mi distingue. Ma d’altronde non è forse questo un ideale? Dire e vivere in base al fatto che non esista verità alcuna non è forse qualcosa a cui mi adopero incessantemente? Non potrei fare diversamente? Dovrei essere un continuo fluire di sensazioni, essere vita, lasciando ogni forma che incontro, essere ora albero, ora foglia, ora sasso, ora vento, ora te, ora lui, quindi lei, ma ciò non è forse impossibile se non sei pazzo? E cos’è la pazzia se non vita? Non è consapevolezza, consapevolezza, pensiero, immaginazione è prigione, forma, contenitore di pulsioni irrazionali fluide.
La mia certezza è la mia incertezza, ed il paradosso è che affermandolo e credendo di averlo, nego quello che sto cercando, cioè il niente. Come fare ad abbandonare questa convinzione per accettarne un'altra ritenuta erronea in toto? E non potrei neanche accettarla ed entrarne in contatto giacché convinzione, quindi forma.
Una vita autentica è pressoché impossibile in questo mondo in questo sistema educativo.
Perché l’educazione è il vero “Dio” e nessuno è così arguto, capace, sveglio mentalmente da capirlo? Ma non è un paradosso cercare con la ragione di capire e cercare l’irrazionale? Perché solo capendo le cause razionali che reggono il mondo, poi, uno, deve cancellarlo totalmente relegandosi a verme, inerme, desideroso di tornare a scavare la terra e riporvisi in una lapide funeraria? Perché compresa la più probabile delle verità, ossia che la stessa non esiste, la psiche non riesce ad ingannarsi, ad autoingannarsi, e non riesce a trovare motivazione alcuna per vivere?
Tutto è egoismo, tutto è paradosso, assurdo, vogliamo la pace ed otteniamo la guerra, celebriamo la vittoria, e soccorriamo gli sconfitti, lavoriamo di morale, ma l’etica ci distrugge le passioni.
Che belle ed incomprensibili parole, neh? Il linguaggio è l’espressione dell’animo umano, consapevole di non averne, un anima. Consapevole che sono tutte idiozie, la religione, l’amore, l’amicizia, i cosiddetti valori: la prima non si può provare ma l’educazione ci insegna a trovarla inventando nuove prove per l’esistenza di un essere che non conosciamo, o a creare nuove forme di adorazione. Le altre sono destinate ad interrompersi, prima o poi, a scemare per poi ricomporsi, ma comunque cambiare. Niente è certo, immutabile, sicuro. Niente. E’ questa forse una verità? Per me sì, ma per te no. E allora? Non stai forse dicendo che quello che io dico non è vero? E non concludi che le nostre posizioni sono diverse? Ed essendo diverse, sono portatrici di diverse verità? Ed allora la Verità forse non esiste? E perciò è più probabile che quello che sostengo io sia la più probabile verità, non credi? O sei tanto orgoglioso e pieno di educazione da rifiutare la mia probabile verità? Già, l’orgoglio… il più grande male dell’uomo che si accompagna all’invidia ed alla competizione. Se non ti alzi sei un perdente, se non vinci nessuno ti guarda, nessuno ti scopre, nessuno ti nota. Ma per farlo devi necessariamente far del male, fisico o psichico, a qualcuno che, più debole di te, soccomberà e verrà eliminato dalla lotta alla sopravvivenza. Non fornirò esempi, col buonsenso puoi applicare questa tesi a tutte le esperienze che trascorri. Non è forse vergognoso?
Vivi, devi vivere in una lotta continua, c’è chi dice: che bello! e c’è chi ne soffre, ma non è questo il punto, non voglio parlar di morale, non me ne frega niente. Il punto è che è mostruoso, raccapricciante, mi sminuisco sempre più e mi rattristo a vedere l’uomo uccidere, anche inconsapevolmente (ma così è la competizione), un altro uomo. Io non voglio, ripeto, far morale. Da uomo, essere animare-egoista-razionale, voglio vivere felice e pertanto non voglio persona alcuna che mi si interponga davanti. Ma la necessità di ottenere felicità è frutto di una educazione illuministica improntata sul dover-essere-felici, propria del 700 e sviluppatasi fino ai giorni nostri. Ed essendo educazione è qualcosa di estraneo all’uomo sebbene sia stato lo stesso a costruirla, formarla, crearla. L’educazione ha e sta e prenderà il sopravvento sull’uomo, ogni nostra scelta è dettata da qualcosa di esterno, non siamo per niente liberi! Siamo marionette guidate da una forza superiore, non metafisica, non teologica, per carità! Ma reale, ma inconsistente, ma forte, ma non percepita e valorizzata a dovere. Né ci si può ribellare, è talmente pervasiva che non c’è scampo.
La soluzione a questo enigma? Il suicidio. Non c’è senso alla vita, essendo negata in sé. Essendo un paradosso.
E bisogna anche avere coraggio a suicidarsi. Bisogna rompere i legami affettivi (che comunque non dureranno più di qualche giorno, mese, anno, decennio), trovare forze psicologiche che consentano di farlo. Ma per ora, lasciamo perdere. Il mio desiderio più grande è quello di far soffrire il mondo. Renderlo partecipe dell’assurdità che la parola vita contiene in sé. Capito questo, (ma conscio che nessuno capirà ciò che non ha senso per me essendo ancorati come ostriche allo scoglio dell’esperienza-illusione) allora me ne potrò andare. A meno che non avrò raggiunto fama e successo, e lì, il mio egoismo probabilmente mi spingerà a fermarmi ed a vivere delle illusioni, ma conscio che sarà per breve, insomma… credo che la mia vita sarà breve.
Non posso più tollerare di vedere persone che si scannano per un tozzo di dignità, orgoglio, che alla fine non è nulla, la morte arriva per tutti. So perché, credo di saperlo. Perché ci scanniamo, s’intenda. Forse perché vogliamo vivere bene il presente, renderlo meno amaro, ottenere successi per avere la vita, questo paradosso, più semplice. Poi ci scusiamo con il sofferente. Come tra due amici che si prendono scherzosamente a botte tra di loro, o fanno a gara tra chi si insulta di più, o chi urla di più, per vedere il proprio io essere superiore. Ma sono sicuro che a questo punto avrete, avrei, hai, estremizzato le mie parole. Ma di che cosa sta parlando questo, che sta dicendo, non è vero! Intanto analizza ogni comportamento che fai, e poi scrivimi una lettera come questa, se ci riesci. Abbiate la capacità di provare a capirvi, ho detto provare, sono molto umile, si capisce? Anche questa paura dell’umiltà, e basta! E’ anche questa educazione, forma… non tirartela troppo, non pavoneggiarti, chi ti credi di essere? Io, nella mia più pessimistica espressione. Hai dei problemi? Ritorna nella tua educazione, ti troverai a tuo agio. Illuditi. Continua a farlo.
A chi diavolo credi di parlare? Ma ti sei montato la testa? Ora vieni tu, ci prendi da parte, ci fai la predichetta, e ci racconti la verità? Ma stiamo scherzando? Amico mio, io non so dove sta la verità, e questa mia incertezza è la mia virtù che voglio fare emergere. Disprezzo, provo pietà e compassione, anzi quella no, per chi crede e lotta per un ideale. Ma allora, mi dirai, mi direte, provi pena anche per te stesso? Certamente, tutto è ideale, il pensiero è ideale, finché vivo uso degli ideali, sto scrivendo, è un ideale, voglio comunicare qualcosa, spero che quello che ho scritto serva.
Mi faccio pena, mi fate pena. Lottiamo per niente. Niente. Tutto è niente. Anche qui, paradosso.
Concludo dicendo che tutto è egoismo, l’egoismo con l’educazione (egoistica perché umana) sono le basi della società: dall’aiuto ai bisognosi per una maggiore autostima (ho compiuto un azione buona! –risultato dell’educazione-), al desiderio di ottenere felicità, a quello di avere amicizie, amore, per infine passare alla semplice, banale necessità di essere qualcuno: un lavoratore affermato o scialbo.
Ma questa, è solo la mia verità soggettiva di interpretazione della realtà. Una interpretazione che, però, è la più probabile alla realtà. Non amo gli aforismi, che ritengo narcotico per menti semplici, ma alla luce di tutto ciò che, in maniera veloce, sbrigativa, nevrotica, ho detto, credo si riesca a comprendere che: è vero che la verità non esiste.

domenica, dicembre 04, 2005

LA NATURA DELL'UOMO

Tratto da un mio scritto "per hobby" che poi ho fatto leggere ad alcuni miei amici e alla mia insegnante di filosofia.
I commenti sono stati più che positivi sulla forma e sullo stile, ma mi è stata rimproverata una visione della vita non tanto positiva, e questo è un eufemismo...
Preferisco definirla realistica, o più vicina alla più probabile realtà.
Eccola.

PREMESSA

Nel periodo di tempo che ho trascorso a scuola studiando il pensiero dell’uomo, mi sono imbattuto in filosofi che riuscivano a dare voce a molti miei pensieri (fino a quel tempo inespressi) e che nello stesso tempo favorivano la creazione di altri modellandomi. Ho appreso e fatto miei la maieutica e l’ironia di Socrate, il mito della caverna di Platone, la concezione della felicità propria dell’ Epicureismo, l’importanza dell’uso di un linguaggio corretto (Bacone), lo scetticismo di Hume, l’ateismo di D’Holback, la razionalità illuministica…
Anche la letteratura mi ha influenzato molto, e sopra tutti le opere di Leopardi e Pirandello, di cui condivido appieno i pensieri.
Ho provato a comprendere e farmi persuadere da autori e filosofi come Dante e Sant’Agostino, ma il mio intento non è andato a buon fine.
Molte filosofie sono state macchiate dalle illusioni più varie: religioni e derivati (come fedi, anime, dei…), passioni (amore), orgoglio nazionale, sistemi onnicomprensivi (scienza e la stessa religione) che sono diventati ideologie…
Quello che segue è la mia concezione della natura umana.
Tenterò di spiegare una realtà oscura cercando di essere il più oggettivo possibile, avendo il desiderio di creare una filosofia sistematica, comprensibile e condivisibile da tutti.
Ma questa, di per sé, è già una grande illusione.


SULL'ISTINTO, RAGIONE E MORALE.

L’uomo. Questa grande, meravigliosa macchina vivente e pensante.
L’uomo. Questo misterioso rompicapo a cui mille filosofi presenti e passati danno e hanno provato a dare risposta.
L’uomo. Questa alchimia di parti differenti unite in un unico corpo.
Qual è lo scopo che spinge tale essere a muoversi nel mondo, a relazionarsi con le persone, nuotare in quel grande mare che è la vita?
Bisogna considerare prima di tutto che egli è costituito per grandissima parte da impulsi, che possono essere ad origine sessuale (passioni) e di adattamento o necessità (quelli che le scienze sociali chiamano need for competence, curiosità, need for achivment, bisogno d’affiliazione). E’ composto inoltre da ragione (o intelletto) e da morale (che è un sotto prodotto della ragione). Come essere animale, tende inconsciamente a favorire gli istinti, e anzi, usa la ragione per ottenere il fine comandatogli dalla passione e necessità. Tutto questo implica una ricerca nella quale l’uomo si adopera incessantemente. Altrimenti come si spiegherebbe ad esempio il desiderio di apparire belli davanti ad altri esseri umani? Per piacere ed attrarre (con una finalità ultima di trovare un essere umano di sesso opposto verso il quale esaurire momentaneamente gli impulsi passionali, quindi naturali). Non c’è niente di strano. Anche il cane corre dietro alla corrispettiva e finché questa non cede, verrà sempre rincorsa. E’la natura. Sono gli impulsi che muovono le azioni. Ma perché alcuni impulsi vengono condannati mentre altri no? Perchè quelli condannati sono considerati immorali mentre gli altri non immorali. Ma stando alla natura dell’uomo, che è animale, si dovrebbero accettare tutte le sfumature di questi impulsi. L’uomo non è tuttavia costituito solo da impulsi, ma come scritto prima, anche da ragione. E’ proprio questa la forza frenante nei confronti degli impulsi. Ecco perché essi vengono considerati in un modo piuttosto che in un altro. E’ la ragione che detta cos’è morale e cos’è immorale. E’ la ragione che produce la morale. Ma cos’è la morale? Apro una piccola digressione. Per morale (come percezione personale) s’intendono tutti i comportamenti di rispetto da parte di esseri umani nei confronti di altri esseri umani, oppure (come percezione diffusa) l’educazione imposta da un’autorità con cui l’essere umano da piccolo è cresciuto. Per quanto riguarda la prima parte della definizione, preciso che per rispetto umano intendo la non imposizione di idee, ma il dialogo che può portare all’accettazione di esse; non giudicare offendendo altri esseri umani direttamente; lasciare liberi gli individui di fare ed agire come meglio credono. In merito alla seconda parte, un esempio è l’educazione dei genitori o l’educazione della scuola, o anche quella che inculca la televisione, di solito volte al rispetto della (o per la) verità, in altre parole il “fai questo perché è bene” o “fai questo perché è così”. Chiudo la digressione aperta precedentemente.
Scrivevo del primato degli impulsi sulla ragione. Essa esprime il mio pessimismo nei confronti del comportamento umano, che si può riassumere nella seguente affermazione: tutti gli uomini sono necessariamente e per natura falsi nel mostrare agli altri il significato delle loro azioni.
In base ai fini (determinati dalle passioni e dalla necessità), e con un mezzo (la ragione) l’uomo infatti cambia modo di comportarsi in base alle situazioni. A volte anzi, la ragione funziona con grandissima sinergia con gli impulsi. Ecco così spiegata l’ipocrisia che, quando si manifesta nelle persone intelligenti, può essere un’arma molto grande a favore delle stesse nella scalata sociale o nel mantenere rapporti. E a volte si scontrano gli impulsi e la morale, e una prevale sull’altra. Chi vince indirizzerà la ragione. Pensiamo ad un avvocato che sapendo di difendere una persona colpevole, va in tribunale a difenderla con tutte le sue forze. In lui è presente un istinto di necessità: il need for achivment inteso come il successo personale (motivazione intrinseca), ed è presente una morale, quella che prima ho definito rispetto per la verità. In quel caso è la necessità a prevalere e la ragione si adegua ad essa.
Proprio in base a questo si può riconoscere gli uomini seguono il proprio fine e la loro vera natura è quella di prevalere l’uno sull’altro o di sfruttarsi a vicenda per risolvere certi scopi.
Nobili o futili che siano. Anche l’azione più nobile, come l’aiutare il prossimo presuppone un certo sfruttamento. Infatti è presente un’idea di bene, ed è presente la convinzione morale (secondo il rispetto per la verità) per cui chi aiuta un individuo in difficoltà fa la cosa giusta. E fare la cosa giusta non presuppone sentirsi a posto con se stessi? Ecco, aiutando questa persona, l’uomo aiuta anche la crescita della sua autostima. Conclusione: non può esistere niente di disinteressato perché l’essere umano è di propria natura egoista.
Come rimediare allora? Accontentandosi di quello che si ha. Così facendo si limita la ricerca ossessiva del fine e si ottiene più felicità. Infatti perché cercare ininterrottamente quando si sa benissimo che l’uomo mira al proprio bene e compie azioni disinteressate? Si potrebbero incontrare solo delusioni. Poniamo il caso, uno dei più banali, che un uomo conosce una donna, la quale gli racconta parte della sua vita (cosa le piace, se studia o lavora, i suoi compagni precedenti…) e ne rimane impressionato favorevolmente al punto da innamorarsene quasi immediatamente. Gli incontri continuano fino alla decisione di entrambi di fare coppia fissa. L’uomo si fida ciecamente della sua compagna e viceversa. Un giorno, dopo qualche mese di convivenza, l’uomo finisce di lavorare, ha preso lo stipendio, è felice, soddisfatto della sua vita, e sta per tornare a casa. Entra in auto, percorre la strada, fa una rotonda, abbassa il finestrino per prendere un pò di aria. Vede la sua donna con un altro uomo.
Fermiamo la storia e facciamola continuare in due direzioni, come un bivio: l’uomo scende dalla macchina e interrompe il clima che c’era tra la sua donna e l’altro partner. Segue una lite tra i due uomini che iniziano a malmenarsi. La donna metterà pace tra i due raccontando che chi era con lei era suo fratello. Conclusione: il compagno della donna che ha malmenato il fratello vedeva la sua compagna come un oggetto da possedere, ed il fine (tenersi l’oggetto per sé) gestito dalla passione ha vinto sulla ragione (il compagno avrebbe potuto intavolare una discussione con la donna una volta arrivati a casa). Secondo bivio: l’uomo continua a guidare facendo finta di non aver visto niente e convincendosi che non era quella la sua donna, si era sicuramente sbagliato. A casa intavola una discussione con questa e le racconta l’accaduto. La donna si mostra titubante e l’uomo inizia a sospettare qualcosa. La compagna cede e racconta che aveva un altro compagno. Al momento di spiegare il motivo di questo comportamento risponde che non le sembrava avere più le garanzie che una volta aveva dal partner iniziale.
Conclusione: la donna segue la passione (obiettivo primario in quanto animale), e per ottenere il suo compimento (per ottenere cioè felicità) trova un altro uomo. Il che ovviamente non produce ulteriore felicità nell’altro sesso.
Così vanno i sentimenti, passeggeri, transitori, come d’altronde tutte le cose della vita, non c’è niente di immutabile, fisso, certo, universale, tutto cambia, tutto si distrugge. E tutto si ricrea.
Ma all’uomo, conscio della sofferenza nella ricerca della felicità (a cui rimando a pagina 18), conviene veramente adoperarsi continuamente per i suoi scopi o fini che, ripeto, portano infelicità allo stesso modo, prima o dopo, per sé e per gli altri? Razionalmente si risponderebbe di no, ma l’uomo è guidato dall’istinto. E come tale continuerà la sua ricerca imperterrito. Non accontentandosi mai. E’la natura. La natura dell’uomo. La natura di ogni animale. Guidato da pulsioni sessuali e di necessità.
Un ultimo accenno che riguarda la morale lo merita la religione. E’infatti netto il collegamento tra queste aree. Ma una discussione ampia sulla religione merita un paragrafo a parte, tuttavia mi accingo a riportare qualche tesi. Prima ho accennato alla morale della verità e al “fai questo perché è così”. L’educazione imposta dai genitori agli uomini, eccetto rari casi, non prescinde dall’elemento religioso. Il bambino non sa cos’è e perché deve pregare, non sa cos’è Dio, ma deve accogliere tutte le precedenti nozioni o idee e farle sue in tenera età. E così facendo le assimila senza capacità critica alcuna. Ecco come mai gli esseri umani sostengono che c’è sicuramente un Dio che li osserva e giudica. Perciò niente è certo, chiaro, universale, necessario. Quindi bisognerebbe accettare la posizione agnostica. Ma io preferisco la posizione atea. La spiegherò meglio in seguito presentando alcune prove dell’esistenza di Dio accettate e confutate dalla Chiesa e alcuni pensieri di filosofi come D’holback, Cartesio, Hume, e come sono arrivato a questa scelta. Per ora l’importante è sapere che la religione è un elemento importante, che forma l’uomo, trasmette principi morali importanti, ma che può allo stesso tempo portare a guerre e diatribe. In sostanza a parer mio, la religione non dovrebbe esistere lasciando spazio alla morale vera e propria senza la maschera di un Dio o quant’altro.

SULLA GESTIONE DELLA VITA

La domanda da porsi non è più come l’uomo possa vivere felice, in quanto sappiamo che la felicità non esiste sempre in quanto è subito rimpiazzata dal dolore che, forte o debole, spazza molta parte della felicità creata faticosamente. La domanda è come limitare il dolore, l’infelicità?
Attraverso la consapevolezza che l’uomo è di sua natura infelice. Non è, come potrebbe sembrare, un’ottica totalmente pessimista, in quanto mostra chiaramente i limiti del vivere. Essendo l’uomo consapevole può capire come muoversi, galleggiando, in quel grande mare chiamato vita.
La consapevolezza consiste oltre a ciò che è stato scritto poche righe sopra anche nel non aspettarsi niente dagli altri, essere prevenuti. Facciamo un esempio: un ragazzo compie 14 anni, poniamo Sabato, e una settimana prima inizia i preparativi di una festa, grandiosa a suo modo di vedere. E’grandiosa sembra esserlo perché persone da invitare ce ne sono: una, due, tre, quattro, sette… Il ragazzo è contento e il primo giorno consegna gli inviti. Ai quali ripondono tutti e sette i ragazzi affermativamente. Venerdì mattina però un ragazzo a causa dell’influenza è ammalato e rende noto che non può andare alla festa. Vabbè, tanto ci sono gli altri sei. Peccato che si ritiri dalla festa anche una ragazza. Causa: troppi compiti da fare. Causa reale: altra festa più interessante in programma. E peccato che altri tre ragazzi venivano alla festa causa ragazza interessante, e di conseguenza seguono la ragazza. Rimangono in due. Che pensano: “cosa ci facciamo in due? Festeggiamo in che modo?” E decidono di declinare la festa. Si provi ad immaginare la delusione del ragazzo. Se fosse stato prevenuto e consapevole del fatto che quelli non erano veri amici, non avrebbe ceduto così docilmente alle offerte facili ma ingannevoli della felicità. Avrebbe piuttosto passato il compleanno con i suoi genitori ma conscio e fiducioso che l’anno nuovo potrebbe essere più felice in quanto potrebbe conoscere nuova gente. Molte buone amicizie si costruiscono dai 14anni in su.
Oltre all’essere prevenuto perciò serve un elemento di speranza circoscritto (che spiegherò a pg. 21) volto verso il futuro in quanto in esso non ci sono elementi sufficienti tali da disilluderci. Questi due elementi, la consapevolezza pessimista e la fiducia moderata verso il futuro, servono a creare una condizione di equilibrio. Ecco perché sostengo che bisogna galleggiare e non nuotare nel mare: se un uomo nuota sicuramente si stancherà, e talvolta sembrerà annegare mancando di forze. Il mare è grande, bisogna mantenere le forze per arrivare lontano.
Ma anche questa è di per sé una grande illusione.


SULL'AMORE

Cos’è l’amore? Esiste?
L'amore, afferma Remo Bodei insegnante di storia di filosofia nell’Università di Pisa, è desiderio che attrae e unisce gli esseri viventi in vista di un reciproco bisogno di completamento. E' gioia incostante, che ha bisogno di continue rassicurazioni. Sensazione di crescita, di arricchimento e di liberazione dalla chiusura nel proprio io. Insieme però, se non adeguatamente ricambiato, rappresenta anche un tragico fattore di distruzione e di autodistruzione.
Io mi trovo perfettamente in linea con questa sua definizione.
L’amore perciò esiste. E ne esistono tre tipi: amore di coppia, amicizia e paterno.
L’amore di coppia è paradossalmente quel tipo di amore che può dare di più degli altri ma può togliere allo stesso modo. In quanto l’uomo non può stare mai in un equilibrio sicuro. L’amore di coppia è un derivato della passione. Ci sono degli amori tempestosi, che sono fatti di grandi slanci, rotture, riconciliazioni, e ci sono invece degli amori più tranquilli. Bodei sostiene che: “L'amore è sostanzialmente una passione trasformatrice: se uno è innamorato di qualcosa, di qualcuno, di qualcuna, non resta mai lo stesso. Il problema è quello che dà a vedere. La seduzione, per esempio, consiste anche nel non dare a vedere questa passione, nel nasconderla, oppure nel rivelarla eccessivamente. Quindi l'amore va visto come questo soffio che ci invade, questa ricerca continua, questa attrazione fatale in alcuni casi, ma anche la nostra volontà spesso di controllarla, per non essere travolti.” Per finire, si può definire come ricerca incostante di equilibrio.
L’amore presente nell’amicizia è invece forse più equilibrato e dominato da un istinto meno forte in quanto sono assenti in forma maggiore caratteristiche quali la gelosia, e presenti d’altro canto caratteristiche quali la libertà. Presuppone in maniera maggiore il completamento piuttosto che l’attrazione.
“Il vero amico è colui che ama e rispetta l'altro per ciò che è e non per ciò che possiede. Tra veri amici si crea intimità, si condividono malinconie, ci si conforta. L'amicizia è in grado dare sicurezza nella misura in cui ci sentiamo compresi e accettati”(Epicuro 341-270 a.c.). L’amore tra coppia e l’amore di amicizia sono due sentimenti diversi, il primo permette ad un individuo di sentirsi in un modo mai provato prima, che ovviamente non può essere trasmesso a parole. Ma i due tipi di amore sono probabilmente simili in quanto all’eccessivo avvicinarsi di uno corrisponde la chiusura repentina dell’altro, che non vuole mostrare pienamente il proprio mondo\io. Inoltre vige, invece che nell’amore paterno, l’attrazione condizionata potente (tra coppie) e meno potente (tra amici). Dove per attrazione intendo fisica, psichica o notoriale che sia. Quando passa l’attrazione, passa anche parte dell’amore.
L’amore paterno (intendendo di padre e madre) invece è il più delle volte incondizionato. Rarissime volte dopo che un genitore cresce un figlio perde l’amore nei suoi confronti. Più probabile invece che lo perda ancor prima che nasca, ma qui non si può e non si deve parlare d’amore paterno. Esso è presente invece quando si educa un bambino fornendogli una determinata morale. Infine l’amore paterno è anch’esso frutto d’istinti, ma non questa volta passioni o pulsioni sessuali come nel caso dell’amore di coppia, bensì si avvicina all’amore di amicizia in quanto è istinto protettivo, che serve a dare sicurezza senza preoccuparsi di riceverne. Ma questa caratteristica si presenta in forma nettamente maggiore. Così si può affermare che quello paterno è l’amore più duraturo (anche se non eterno), che supera di slancio gli altri due tipi d’amore visti in precedenza.

SULLA RELIGIONE

La religione è una necessità dell’uomo perché accompagna la sua esistenza da milioni d’anni. Tuttavia in questi ultimi secoli ha subito un trend negativo, si è cioè persa parte (poca o tanta che sia) della fiducia in essa. La causa primaria è senza dubbio il movimento nato nel 1700 chiamato Illuminismo e che vede l’affermazione della ragione sulla superstizione, l’affermazione della scienza sulla metafisica. Seguirà un altro movimento, il romanticismo, che superò il meccanismo materialistico del "Sensismo" e dell'ateismo razionalista (capisaldi dell’illuminismo) provvedendo ad una rinascita della religione. Che però non si è compiuta totalmente, e lo testimonia la creazione d’associazioni atee come l’UAAR (unione atei e agnostici razionalisti) operante in Italia. Non c’è nulla di più personale che la religione. Il mio pensiero è stato molto influenzato dalla filosofia, e come tale verrà espresso da 4 filosofi: Pascal, Hume, D’holback, Kant.
Pascal, afferma che la fede é una scelta : ci si mette volontariamente in gioco , una scommessa dove ci si gioca tutto. Non possiamo dire se Dio esista o se non esista, come non possiamo neanche dire che sia più probabile che esista o che non esista, ma una cosa la possiamo dire con certezza: il rapporto tra le probabilità che esista e quelle che non esista sarà sempre un rapporto finito: non so (né posso sapere) se sia di 5 a 50, di 70 a 30, di 1 a 99, di 1 a un miliardo; in assenza di una prova il rapporto é sempre finito. Se fosse un rapporto infinito allora sarebbe come avere la certezza che Dio esista o non esista: se dico che il rapporto tra esistenza e non esistenza é di 1 ad infinito, é come se avessi la certezza che non esiste. Nella scommessa su Dio uno può puntare su Dio (rinunciando al mondo) o sul mondo (rinunciando a Dio). Esaminiamo entrambi i casi: punto sul mondo; Dio non esiste e vivo come se non esistesse, dandomi interamente al mondo e alla vita terrena . Se punto su Dio, invece, se vinco, vinco una realtà infinita, una felicità infinita (la beatitudine). Mettiamo il caso che Dio non esista; io che ho puntato sulla sua esistenza ho perso, ma che cosa? Perdo l' infinito (Dio) e mi rimane il finito (il mondo) . Pascal gioca tutto sul fatto che il rapporto di probabilità tra esistenza e inesistenza di Dio é finito , mentre infinito é il rapporto tra Dio e mondo (ossia tra le cose puntate). Conviene sempre puntare su Dio perchè se non esistesse avrei comunque sempre a mia disposizione il mondo finito; ma se esistesse oltre al mondo finito, guadagnerei anche l' infinito (Dio). Chi non punta su Dio vince il mondo finito, ma se Dio esistesse, allora perderebbe l' infinito. Qualche possibilità che Dio esista ci deve essere per forza, dice Pascal, (anche solo una), altrimenti chi sostiene che Dio non esista dovrebbe essere in grado di dimostrare in modo razionale che non c' é (ma non é possibile). Quindi, magari le probabilità che Dio esista saranno bassissime, ma conviene puntare su di lui perchè quello che si vince, nel caso esista, (e quello che si perde nel caso non si punti su di lui e lui esista) é talmente grande (infinito) che vale la pena giocare , qualunque siano le probabilità di vincere . Ricordiamoci che questa di Pascal é solo una prova : non mi dimostra né che Dio esista né che non esista , mi dice solo che vale la pena credere che esista. Pascal scrive: " Poiché scegliere bisogna, vediamo ciò che vi interessa di meno. Voi avete due cose da perdere: il vero e il bene; e due cose da impegnare nel gioco: la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha due cose da fuggire: l'errore e la miseria. (...) Valutiamo questi due casi: se guadagnate, voi guadagnate tutto; se perdete, non perdete niente. Scommettete dunque che egli esiste, senza esitare ". Sempre a riguardo della fede in Dio , vi é un altro curioso argomento elaborato da Pascal : egli immagina che un non credente gli si rivolga confessandogli di non riuscire a credere in Dio e , per questo , di vivere male la sua vita . Essere credenti, in fondo, é più facile perchè si ha una speranza in qualcosa e chi non crede, spesso ,vive male il fatto stesso di non credere. Pascal consiglia al non credente di agire in tutto e per tutto come se credesse, quasi come se, abituando il corpo alla fede , anche l' anima , un poco alla volta , si abituasse a credere . Agisci come se credessi e vedrai che la fede viene da sè : può essere così riassunta l' argomentazione pascaliana. (Pascal è stato tratto dal sito www.filosofico.net)
Tuttavia, a parer mio, credere in qualcosa se non si è convinti, per il solo grado di utilità che ne può derivare, è qualcosa che è incomprensibile. Perché credere se non si è sicuri di ciò che si professa? Tre anni fa mi sono posto questa domanda e ho risposto così: “Se devo credere a qualcosa che non riesco a spiegare e lo faccio con un dogma che non credo di possedere al 100%, scelgo di non credere in niente. E adottai così la teoria agnostica (non affermo che esiste Dio, ma non affermo neanche che non esiste perché non posso provarne né l’esistenza né l’assenza).
Tuttavia, in seguito a 2 anni di studi di filosofia, sono entrato in contatto con alcune delle spiegazioni a parer mio più infondate perchè indimostrabili per giustificare l’esistenza di Dio.
Ad esempio San Tommaso tratta le seguenti prove:
1) La prova che parte dalla contingenza del mondo. Le cose dell' universo sono caratterizzate dal fatto di generarsi e corrompersi, ossia di essere contingenti, di poter essere e non essere. Ma se tutto fosse contingente, potrebbe esserci stato un tempo in cui nulla esisteva e allora non si spiegherebbe come oggi esista qualcosa, dal momento che nulla viene ad essere se non in virtù di qualcosa che già esiste: deve, dunque, esistere un essere necessario, che abbia in sè e non derivi da altro la ragione della sua esistenza. Tale essere necessario per sè, dal quale dipendono tutti gli altri esseri, è chiamato dagli uomini Dio.
2) La prova dei gradi di perfezione, di origine platonica, che procede alla considerazione, appunto, dei "gradi di perfezione" riscontrabili nell' universo. Le cose presentano una maggiore o minore quantità di bellezza che si differenzia da esse in quanto è la bellezza nella massima perfezione. Se esiste il più e il meno, allora esiste il massimo; ossia se esiste una serie di esseri che partecipano in vario grado alla perfezione, allora esiste il massimo; ossia se esiste una serie di esseri che partecipano in vario grado della perfezione, allora esiste anche ciò di cui essi partecipano. In tal modo è possibile risalire dalle cose che posseggono per partecipazione un certo grado di perfezione all' esistenza di un essere che, nella sua essenza e non per partecipazione ad altro, è la perfezione massima. Questo essere perfetto è chiamato Dio.
Ora: come mai l’ uomo si adopera tanto per giustificare l’esistenza di qualcuno che non conosce? Risponde D’holback: “Ignoranza e paura, ecco i due sostegni di tutte le religioni. L'incertezza in cui l'uomo si trova in rapporto al proprio Dio è precisamente il motivo che lo tiene aggrappato alla sua religione. L'uomo ha paura nelle tenebre, sia in senso materiale, sia morale. La paura diviene in lui abituale e si tramuta in bisogno; egli si crederebbe privo di qualcosa se non avesse niente da temere.” Continua poi nel suo libro Il buon senso: “Come si è potuti riuscire a persuadere esseri ragionevoli che la cosa più incomprensibile era per essi la più essenziale? Perché sono stati fortemente terrorizzati; perché, quando si ha paura, si cessa di ragionare; perché sono stati esortati soprattutto a diffidare della loro ragione; perché, quando il cervello è turbato, si crede a tutto e non si esamina più niente.” Se la religione fosse chiara, avrebbe molto meno attrattiva per gli ignoranti. Essi hanno bisogno di oscurità, di misteri, di terrori, di favole, di prodigi, di cose incredibili che li facciano sempre lavorare di fantasia. I romanzi, le leggende tenebrose, i racconti di fantasmi e di stregoni esercitano sulle menti del volgo ben più fascino che le storie vere. L'origine delle credenze religiose risale, per lo più, ai tempi in cui i popoli selvaggi erano ancora in stato d'infanzia. Ad uomini grossolani, ignoranti e stupidi i fondatori di religioni si rivolsero, sempre, per dar loro degli dèi, dei culti, dei miti, delle leggende stupefacenti e terrificanti. Queste chimere, accolte senza riflessione dai padri, si sono trasmesse, con maggiori o minori modifiche, ai loro discendenti inciviliti, i quali spesso non ragionano meglio dei loro avi.” Addirittura afferma che “I primi legislatori dei popoli si proposero di dominarli. Il mezzo più facile per giungere allo scopo fu di sbigottirli e di impedir loro di ragionare. Essi li condussero per sentieri tortuosi, in modo che i sudditi non si accorgessero delle mire delle loro guide; li costrinsero a guardare verso il cielo, per paura che guardassero a terra; strada facendo, li intrattennero con racconti: in una parola, li trattarono come fanno le balie, che usano cantilene e minacce per far addormentare i fanciulli, o per costringerli a stare zitti”. E conclude con: Possiamo dirci sinceramente convinti dell'esistenza di un essere di cui ignoriamo la natura, che rimane inaccessibile a tutti i nostri sensi, di un essere le cui qualità - ce lo assicurano ad ogni istante - ci riescono incomprensibili? Per indurmi a credere che un essere esiste o può esistere, bisogna incominciare col dirmi che cos'è questo essere; per impegnarmi a credere nell'esistenza o nella possibilità d'un tale essere, bisogna dirmene cose che non siano contraddittorie e che non si annullino reciprocamente. Infine, per convincermi pienamente dell'esistenza di questo essere, bisogna dirmene cose che io possa comprendere, e dimostrarmi che è impossibile che l'essere al quale vengono attribuite queste qualità non esista. Per quel che riguarda la religione, un altro filosofo, precedente alla nascita di D’holback, rinuncia ad ogni pretesa di ritrovare in essa un fondamento razionale.
E’ Hume. Contrariamente a quanto sostengono i deisti , nei Dialoghi sulla religione naturale egli afferma che la ragione non può fornire alcuna prova dell' esistenza di Dio. Nella storia naturale della religione l' atteggiamento religioso è, infatti, ricondotto al sentimento di timore e di speranza che ciascun uomo prova naturalmente di fronte alla forza della natura e al mistero della vita e della morte. Questo sentimento ha condotto prima alla nascita del politeismo, nel quale gli uomini spiegano le forze naturali ricorrendo a parecchie divinità cui attribuiscono i caratteri che riscontrano in se stessi. Solo in un secondo tempo gli uomini sono passati dal politeismo al monoteismo, indotti soprattutto dall' esigenza di rendere sempre maggiori onori alla divinità che temono e quindi di rappresentarla in maniera sempre più pura e distinta dall' uomo. Il culmine di questo processo, in cui le argomentazioni filosofiche si confondono con il sentimento di timore e di speranza, è la rappresentazione di un Dio unico, perfetto e infinito, dal momento che al di là dell' infinito non vi è più nulla di concepibile. Le religioni monoteistiche liberano così l' uomo dall' idolatria e dalla superstizione proprie del politeismo ma, a causa dell' unicità del Dio in cui credono, esse sono anche causa di un' intolleranza e di un fanatismo che erano sconosciuti alle prime ingenue rappresentazioni della divinità. Hume spiega quindi la religione togliendole ogni fondamento assoluto e riconducendola agli istinti e alle passioni intrinseche alla natura umana. Insita nella natura umana stessa, la religione è una manifestazione del modo in cui l' uomo si rapporta al mondo che conosce e a quello che non conosce , una manifestazione di fondamentale importanza . Ma proprio perché nasce nelle pieghe più oscure dell' animo umano , essa appare un indovinello, un enigma, un mistero inesplicabile (Hume è stato tratto dal sito www.filosofico.net).
Nella conclusione delle ricerche sull' intelletto umano, Hume, certo in modo volutamente (ed esageratamente) provocatorio afferma: Se ci capita per le mani qualche volume , per esempio, di teologia o metafisica scolastica, domandiamoci : Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto e di esperienza? No . E allora gettiamolo nel fuoco , perchè non contiene che sofisticherie e inganni. Infine afferma: “le nostre idee non oltrepassano la nostra esperienza; noi non abbiamo esperienza delle operazioni e degli attributi di Dio; non ho bisogno di concludere il mio sillogismo e potete ricavare voi stesso la conclusione. [...] Comincerò con l’osservare che c’è un’evidente assurdità nel pretendere di dimostrare una cosa di fatto, o di provarla con qualche argomento a priori. Niente è dimostrabile all’infuori di ciò il cui contrario implica contraddizione; niente di ciò che si può distintamente concepire implica contraddizione; tutto ciò che concepiamo come esistente, lo possiamo anche concepire come non esistente. Non c’è dunque un Essere la cui non esistenza implichi contraddizione. Per conseguenza non c’è un Essere la cui esistenza sia dimostrabile”.
Kant sostiene che la metafisica è un’aspirazione ineliminabile dell’uomo, ma non si può provare come scienza. Questa teoria è contenuta in uno degli scritti chiamati precritici ed è risalente al 1766, intitolato: I sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica . Lo spunto per quest'opera sorge in occasione di un fatto curioso: una conoscente aveva chiesto a Kant il parere a riguardo di un bislacco personaggio di allora, dalle idee strane e, a quanto sosteneva, capace di entrare in contatto col mondo sovrasensibile e spirituale. Kant ne approfitta e scrive questa opera, effettuando un capovolgimento ironico (evidente a partire dal titolo), quasi a dire che quel personaggio è un fanfarone che vuole andare al di là dell'esperienza sensibile allo stesso modo in cui spesso la metafisica ha costruito castelli in aria, cercando illegittimamente di andare oltre l'esperienza: i sogni della metafisica vengono dunque accostati a quelli del fanfarone e ritenuti dei puri vaneggiamenti. Il sogno non corrisponde alla realtà, e ciascun sogno è proprio, di conseguenza ognuno si costruisce la propria metafisica. Questo testo costituisce l'apice della polemica kantiana verso la metafisica, una polemica che trova appunto in Hume il suo massimo eroe. Tuttavia, questa posizione di insofferenza verso la metafisica nel periodo critico si attenuerà e, sebbene Kant continuerà a ritenere erronea la pretesa della metafisica di spiegare ciò che è al di là del mondo fisico, tuttavia egli spiegherà che si tratta di una pretesa innata nella natura dell'uomo stesso, il quale sente l'esigenza di porsi queste domande e di rispondere ad esse. Dirà che alcune idee metafisiche (ad esempio Dio) hanno una certa funzione nella conoscenza (ad esempio, non posso conoscere Dio, ma l'idea di Dio mi aiuta a capire molte altre cose), e che esse, sebbene inaccessibili alla conoscenza, per altri versi sono accessibili al campo morale ed etico (ad esempio, Dio non lo posso conoscere, ma nell'etica, scegliendo come comportarmi, mi baso sul concetto di Dio).
Concludendo, io sostengo che credere in Dio e trovare i fondamenti metafisici della realtà sia un bisogno umano, forse innato data la sua paura, legittima, di muoversi nel mondo. Senza poi contare il fatto che l’uomo deve giustificare la sua presenza nell’universo. Ma al momento di raccogliere dati (il solo metodo che permette una razionalizzazione dei concetti è basarsi sull’esperienza, e quindi utilizzare il metodo induttivo), l’uomo viene a scontrarsi con l’impossibilità di sostenere ipotesi metafisiche, che dovrebbero invece essere accettate a priori, in modo certo ed universale. Conclusione: se per metafisica si intendono i fondamenti della realtà (sostanze e Dio), si può dire che la sostanza è una collezione di idee unite dall’ immaginazione: non esiste in sè ma è frutto dell’attività dell’intelletto (come afferma Hume). Dio invece non esiste perché invenzione (Hume) o sogno (Kant) che l’uomo fa per aiutare se stesso a vivere. La religione e l'idea di Dio hanno però un effetto positivo: determinano la morale che precedentemente ho definito rispetto per la verità: ciò che è giusto o sbagliato fare, regolando i comportamenti della società. Ma c'è anche un effetto negativo, che forse non si sente tanto oggi quanto nel passato: dogmatismo ed intolleranza religiosa. Un ultimo appunto e chiudo il paragrafo sull’elemento religioso: è inspiegabile il comportamento di chi dice che Dio esiste ma effettivamente non pratica. O l’uomo è credente e si impegna a professare la sua fede (ne è convinto), oppure lascia perdere e la smette di prendere in giro se stesso.


SUL BENE, SUL MALE

Strettamente collegati alla morale, come la religione, sono il bene e il male.
Cosa si intende per bene? Cosa si intende per male?
Bene è il rispetto della morale, dove maggiore importanza assume il rispetto umano piuttosto che il rispetto della verità, per il semplice motivo che nel primo l’uomo compie un percorso di formazione grazie all’esperienza, mentre nel secondo la verità gli viene imposta a priori dalla nascita.
Male è perciò il mancato rispetto della morale generica.
Ma sarebbe male non rispettare la morale cattolica o religiosa che sia, impartita dai genitori al momento della nascita? No, perché affermando precedentemente il primato della morale umana invece che la morale della verità, l’uomo è libero di agire con la propria mente senza pregiudizi o superstizioni, ed è capace di prendersi dei rischi, come quello di non aderire alla fede di un Dio. E’bene che si rispetti la persona, perciò qualcosa di vicino, che possiamo sentire, vedere, toccare, piuttosto che preferire di rispettare qualcosa di lontano, ignoto, oscuro, inimmaginabile.
Sarebbe male, nel caso dell’amore, passare una notte brava con un essere umano (uomo o donna che sia) e poi tornare alla vita di tutti i giorni? Evidentemente se ci fosse complicità tra essi umani sarebbe morale, in quanto sarebbe il soddisfacimento di un istinto correlato al rispetto umano, anche se andasse in contrasto con il rispetto della verità impartita. Esemplificando: la prostituzione, le orge, gli amori della discoteca sarebbero bene. Se invece fosse presente inganno da una delle due parti, allora questo sarebbe male, in quanto verrebbe interrotto il rapporto di rispetto che intercorre tra individui.
Sarebbe male, nell’amicizia, non raccontare all’amico una verità scomoda? Dipende: se è l’amico stesso che desidera gli venga raccontato tutto, allora sarebbe male raccontarla. Se invece la verità fosse troppo pesante e potrebbe minare la tranquillità dell’animo di quella persona, se non del gruppo, allora sarebbe bene non raccontarla.
Sarebbe male, nell’amore paterno, che un uomo maltratti i genitori usando offese nel discorso parlato? Non è male se i genitori entrambi avessero educato sin da piccolo il ragazzo in un clima di prepotenze ed aggressività. E’ male nella condizione opposta, in cui l’educazione paterna fosse stata onesta.
Conclusione: bene è il rispetto della morale e il rispetto degli accordi taciti o espressi su cui si basa una relazione.


SULLA VERITA'

Questo è un punto fondamentale della mia filosofia. La verità esiste? Cos’è la verità? L’uomo può conoscerla?
La verità può essere di due tipologie: individuale o diffusa. Quella individuale sicché soggettiva non può essere ritenuta tale, ma è utile perché forma un determinato sistema di convinzioni.
Proviamo invece a dare una definizione di verità diffusa: vero è ciò che viene riconosciuto da tutti gli uomini, indipendentemente dalla religione, cultura, colore della pelle eccetera. Vero è perciò universale.
Per testare la validità di questa mia tesi usiamo questo metodo: troviamo tante affermazioni tali da confermare un principio. Se anche ne trovassimo una che lo contraddice, il principio non sarà universale, quindi non vero.
Un esempio banale: la religione cristiana. Domandiamoci: esistono altre religioni che mettono in discussione le verità della fede cristiana, e a cui aderiscono milioni di fedeli? Sì. Di conseguenza la fede cristiana non è l’unica presente al mondo, e nemmeno è la seconda, ce ne sono molte altre, diverse tra loro. La religione perciò non è vera.
Tuttavia tutte le religioni hanno come fulcro l’adorazione improntata verso un Dio. Dio perciò potrebbe essere vero, se non ci fossero individui che ne negano l’esistenza. In tal caso si scontrano atei e religiosi. Conclusione: Dio non esiste, né esiste l’ateismo. O perlomeno, potrebbe esistere in quanto si avvicina di più al mondo sensibile: è più facile provare la non esistenza di Dio che la sua esistenza, ma rimane comunque un dubbio sostanziale.
E allora domandiamoci: la morale del rispetto per la verità che fine ha fatto? Rispondo semplicemente che quel tipo di morale è stata imposta dai genitori, non accolta dall’uomo. Tant’ è che è presente un primato da parte del rispetto per la persona sul il rispetto per la verità, il quale come detto prima, lascia il posto alla ragione quando si risveglia l’intelletto e l’autonomia umana.
Un altro esempio: la quantità. Consideriamo una matita, poi un'altra, ed un'altra ancora. Contiamole: sono tre. Tutti coloro che hanno studiato la matematica sono d’accordo: sono tre. Ma se mettiamo queste matite davanti ad un ubriaco quante ne riconoscerà? Sei? Cinque? Molto probabilmente non certo tre. La verità allora dove sta? Sta sicuramente nell’uomo sano, che non ha bevuto. Ma si farebbe un torto alla ragione dell’ubriaco, che sostiene la presenza di cinque matite. Soluzione: la verità sta in ogni essere umano, perché ha un proprio modo, unico ed inimitabile di vedere le cose. Perciò la verità non esiste. In quanto manca del carattere di universalità e certezza.
Sul colore? Poniamo un esempio: un uomo vede un motorino rosso e riconosce tale colore. Si avvicina a lui un altro uomo, daltonico, ed afferma che non è rosso. Chi ha ragione? Si direbbe il primo. Il motorino quindi è vero che è rosso. Ma l’essere o meno daltonico è determinato da un allele recessivo sul cromosoma sessuale X, e se questo fosse presente in tutte le persone (che così vedrebbero un altro colore diverso dal rosso) si potrebbe sostenere ancora che quel motorino è rosso? Evidentemente no. Perciò la verità non esiste.
Un altro esempio: la terra gira attorno al sole? Sì, la terra gira attorno al sole. Nessuno può negarlo. Può non sembrare in quanto il sole sorge e tramonta. Ma quando l’autorità, attraverso la televisione e i mezzi di comunicazione mostra attraverso immagini i suoi risultati o scoperte, allora “non c’è ubriaco che tenga”. E così l’uomo capisce che il sole che sorge e tramonta è invece frutto di una errata conclusione e può così vedere sotto i suoi occhi una grande verità. Che viene riconosciuta da tutti gli esseri umani, indipendentemente da razza, sesso, cultura e quant’altro. Questa è una verità presente.
Un ultimo esempio è la durata: non esiste niente di duraturo. L’amicizia non dura sempre, ci sono alti e bassi; lo stesso per quanto riguarda l’amore; lo stesso per le misure scientifiche negli esperimenti. Su questa verità non tutti possono essere d’accordo, ma se si ragiona e si prendono una serie di esempi sono sicuro che si potrà convenire con la mia tesi. Allora tutto è transitorio e niente vale per sempre. Infatti l’universo è dinamico, è presente il moto perpetuo, nulla si mantiene uguale a sé (e ciò porta infelicità). Questa è una verità eterna.
Perciò per definire una verità l’uomo deve chiedersi: è universale, presente o eterna, capibile da tutti gli esseri razionali in tutti i momenti della vita?
La verità esiste e l’uomo può conoscerla.

SULL'ANIMA

Il concetto di anima può essere strettamente legato alla religione, in quanto ne viene quasi sempre accostata. Ed è uno dei problemi più difficili a cui dare risposta, una risposta che vera non intende certamente di essere. C’è chi afferma che quando l’uomo medita, quando dice semplicemente io penso o io voglio, quando calcola un problema, quando esercita il suo potere di astrarre, afferma automaticamente l'esistenza dell'anima. Intesa perciò come essere psichico indipendente dal cervello. Per me non è assolutamente pensabile in questi termini. Cosa vuol dire essere psichico? È forse una sostanza che appartiene alla fisiologia della mente o è una sostanza invisibile presente nel corpo simile a quella cartesiana? Queste potrebbero essere domande metafisiche, ed io essendo materialista mi sento di negare completamente la presenza dell’anima in quanto residuo della metafisica tradizionale. Se l’anima si staccasse dal corpo, se questa continuasse a vivere dopo la morte del corpo, se fosse immortale poiché dovrebbe seguire un cammino di perfezione… sono tutti quesiti residui della religione, e come la religione (essendo la risposta che gli uomini danno dinnanzi alla paura), vanno eliminati. O perlomeno, come affermerebbe D’holback, bisognerebbe semplicemente non pensarci. Perciò l’uomo deve vivere pensando a ciò che ha davanti e che la natura gli mostra, senza trovare risposta in soluzioni metafisiche astratte e con meno probabilità di certezza rispetto alle teorie materialistiche. Che non affermo siano vere, ma si possono avvicinare di più alla probabile realtà e verità.
La volontà, l’astrazione, quindi sono tutte facoltà del cervello. Per l’astrazione (processo mentale attraverso il quale si "estraggono" dalla complessità del reale l'insieme dei fatti particolari, concetti o simboli generali) farò un esempio riguardante i sogni: essi non sono forse astrazioni? Che avvengono in una determinata area del cervello la quale unisce immagini reali della giornata e le ripresenta sottoforma di stimoli. Riporto un brano di Elia Tropeano che spiega la formazione dei sogni in maniera scientifica: “Il passaggio dallo stato di veglia a quello di sonno avviene in modo graduale e coincide con il rallentamento delle nostre funzioni fisiologiche. Il calo fisiologico, non appena giunge il livello critico, attiva l’emisfero sinistro (emisfero dominante del cervello), il quale inizia a costruire immagini, suoni e sensazioni: i sogni, con lo scopo di ripristinare i valori chimico-fisici dello stato di veglia. Dopo il ripristino avviene nuovamente il calo ed il ciclo si ripete per tutta la durata del sonno.I sogni sono in grado di provocare l’innalzamento dei parametri chimico-fisici, ma devono essere continuamente interrotti per evitare che essi raggiungano valori elevati, quindi il rischio di farci svegliare. Le interruzioni continue provocano una condizione d’amnesia sempre più profonda, proporzionale alle interruzioni. Durante il sogno, non avendo totale accesso all’emisfero destro, non abbiamo identità, né facoltà di ricordare, anzi la funzione mnemonica è circoscritta agli eventi della giornata appena trascorsa. Non abbiamo il concetto del tempo e delle distanze, né di residenza. L’unica funzione mnemonica che rimane è quella di tipo spazio-temporale, la quale entra in attività mediante collegamenti rapidi d’accesso all’emisfero destro. Diventiamo consapevoli, infatti, di avere un fratello, un figlio, una moglie, ecc. solo se essi compaiono nel sogno. Per svegliarci è indispensabile che entrino in attività entrambi gli emisferi e, precisamente, quando i collegamenti rapidi d’accesso all’emisfero destro si fanno sempre più frequenti. In questo caso, più coordinate spazio-temporali si congiungono e il sogno appare sempre più collegato alla vita reale.” Ecco come il cervello "estrae" dalla complessità del reale l'insieme dei fatti particolari, concetti o simboli generali.In pratica il sogno è il prodotto accidentale dell'attività del cervello in condizioni di riposo.
Allora non è l’anima che produce astrazioni.
E per quanto riguarda la volontà si esprime Paolo Manzelli: “la forza di volontà è una funzione generata sulla base delle potenzialità di integrazione cerebrale delle “Memorie a Lungo Termine”, che per essere esercitata coscientemente e’ necessario che l’ individuo sappia ragionevolmente auto-controllarsi , per non divenire facile preda di manipolazioni mentali e tecniche di condizionamento della personalita’ di tipo cognitivo, passionale o subliminale ed inconscio. Pertanto la facolta’ di scelta nel prendere decisioni comportamentali consapevoli viene a dipendere sostanzialmente dall’ utilizzazione sinergica delle differenti strutture cerebrali”.
Ed ecco smentita la teoria secondo cui l’anima è intesa come essere psichico indipendente dal cervello.

ALTRI QUESITI


Sulla libertà dell’uomo.

Libertà è compiere una serie di azioni ascoltando la propria ragione o i propri istinti.
L’uomo non è libero concretamente. Mai. Gli istinti tendono a scontrarsi con la morale, e la ragione tende ad essere persuasa da altre ragioni esterne. Nel primo esempio se un uomo volesse sfogare le proprie pulsioni nell’immediato sarebbe libero di farlo idealmente, ma non concretamente perché frenato dalla morale. Nel secondo caso un esempio è il fatto che in tenera età l’uomo viene educato secondo imposizioni che formano in lui una determinata morale (rispetto per la verità). Inoltre in età adulta subisce continue pressioni da mezzi di comunicazione quali televisione, giornali, e radio. Infine, essendo perennemente a contatto con altri uomini, viene inevitabilmente condizionato.

Sul piacere.

Per piacere si intende qualcosa che dà soddisfazione vedere o fare. Possono essere duraturi o immediati. Ma sicuramente, non sono eterni.

Sulla felicità.

La felicità è strettamente legata al piacere. E’il soddisfacimento di un bisogno, sentirsi bene. E’la molla che spinge l’uomo ad agire, assieme alla speranza. È una situazione temporanea di assenza dal dolore. Come sostiene Epicuro sono presenti due tipi di felicità: breve e longeva. In quella breve, la felicità è immediata ma provoca una certa “dipendenza”, tale da presupporre una ricerca continua che provoca dolore. In quella longeva, l’uomo dovrebbe far permanere la sua condizione attraverso l’equilibrio con piaceri piuttosto duraturi. E’probabile che assunto l’equilibrio però subentri la noia, e allora l’uomo ricerca nuovi stimoli.
Per essere veramente felice perciò l’uomo deve compiere un’indagine sui piaceri e necessità e successivamente adottarne alcuni. C’è chi afferma che la continua ricerca rende felici, e che non bisogna rimanere paralizzati a causa della paura di trovare l’infelicità. Non hanno torto, io rispondo che si può continuare la ricerca di felicità ma con la consapevolezza che trovarla sarà difficile. Sarà sicuramente impossibile trovarne una assoluta. Come ho scritto nel paragrafo sulla gestione della vita, la consapevolezza permette di attutire il colpo delle illusioni sulla realtà dei fatti. La felicità esiste ma non è eterna.

Sull’idea di bello.

L’idea di bello è strettamente legata alla felicità ed al piacere. Sono personalmente d’accordo con il detto: “è bello ciò che piace”, ma esistono anche in questo caso bellezze durature e bellezze temporanee, e per essere felici bisogna scegliere il giusto compromesso.

Sulla solidarietà.

La solidarietà, intesa come aiuto verso una o più persone, dipende dal sentimento più o meno forte di pietà. La pietà è l’empatia, il cosiddetto “bisogno d’affiliazione”, impulso che consiste nel cercare un contatto umano sin dai primi anni di vita. Esso cessa nel momento in cui si scontrano gli interessi dei soggetti. L’uomo può intervenire sulla durata della pietà agendo sulla morale per il rispetto della verità.

Sulla coscienza.

Coscienza è sinonimo di consapevolezza. E’un’attività mentale che si ottiene tramite due capacità: la capacità di immaginare il possibile futuro in cui la persona incorrerà, e la capacità di abituarsi ad esso lasciando aperta la porta al presente (vedi gestione della vita).

Sulla fiducia.

La fiducia è un atteggiamento di positività o credenza nei confronti di cose o persone. Precede cronologicamente, se pur di pochissimo, la speranza. Dovrebbe essere sostenuta dalla consapevolezza, la quale avrebbe una funzione. Quella di smascherare le false fiducie che promettono troppa positività.

Sulla speranza e sull’illusione.

Speranza è qualcosa che può essere raggiunto nel futuro. E’ la molla che spinge l’uomo ad agire in quanto mancano sufficienti elementi che lo disilludano dal compiere un’azione. La speranza può riguardare 2 ambiti: circoscritto e ampio. Ad esempio il circoscritto è la speranza di trovare un amico, un amore… La speranza intesa in senso ampio è trovare l’amico, l’amore… Essa è impossibile. Perché, come ho scritto, tutto è transitorio e niente vale per sempre. Così nell’ambito ampio la speranza si trasforma in illusione.

Sulla filosofia.

Cos’è la filosofia? In lingua greca significa “amore per il sapere”. Un sapere che è ovviamente diverso da uomo e uomo. Filosofia è perciò un’arte (se per arte si intende tutto ciò che può essere espresso dall’uomo tramite la sua creatività –i pensieri- , utilizzando una tecnica – la parola o la scrittura-), in cui grande importanza assumono questioni verso le quali è difficile dare una risposta certa ed universale. Proprio perché riguarda il sistema di pensiero di quella grande, meravigliosa ed incomprensibile macchina vivente e pensante: l’uomo.


CONCLUSIONI

L’educazione svolge un ruolo fondamentale nella formazione della persona determinandone la prima morale (per la verità). Sono i genitori in primis, e poi la televisione, quindi la scuola ad esercitare una pressione sul bambino riempiendolo di norme da seguire. Un accenno particolare lo merita la televisione. Essa crea le mode e per seguire le leggi dell’economia dà origine a programmi giocando sui sentimenti (amore) nella speranza di fare audience e catturare pubblico. La massa segue questo tipo di trasmissioni in quanto perennemente illusa e bisognosa di consigli per gestire le proprie relazioni, non capacitandosi del fatto che i programmi siano studiati a tavolino per intrattenerla. Questa si chiama industria del sentimento. Prima di questa, il mondo economico ha sfruttato l’industria culturale, determinando una mercificazione della cultura. Ora avviene la mercificazione dei sentimenti. Il nuovo tipo di economia è stato determinato dal passaggio di società da moderna a postmoderna (un passaggio che però deve ancora concludersi). Prima l’industria sfruttava l’uomo (forza fisica), quindi la cultura (intelletto) e ora i sentimenti (le passioni). Cambiano i tempi ma il minimo comune denominatore è sempre lo stesso: l’uomo persegue il suo bene, e per farlo mette in gioco se stesso e gli altri. Così avviene. Ripeto che è’ stata mercificata la forza lavoro dell’uomo, è stata mercificata la cultura, si stanno mercificando i sentimenti (pensiamo oltre alle televisioni anche alle agenzie che permettono di trovare la cosiddetta “anima gemella”). Non c’è niente di più riprovevole giocare sulle illusioni umane. E’ questa la crisi dell’era postmoderna, dove oramai le nuove generazioni crescono con “C’è posta per te”, o “Amici”, o con i reality show in cui per conquistare la vittoria i protagonisti mascherano se stessi al pubblico e ai concorrenti. Il fine è sempre quello: il proprio bene personale. Potrebbe nascere una generazione di prevaricatori? C’è già. C’è sempre stata, e così sarà sempre. Per natura. Per istinto.

Ho fatto leggere ad alcuni miei amici questo sistema filosofico, e mi è stato rimproverato di avere poca fiducia in me stesso. Non c’è nulla di più falso. Una dimostrazione è proprio scrivere quello che sto pensando sapendo che troverò molte incomprensioni. Non ho fiducia totale nelle persone, e credo che leggendomi si capisca. Questa divergenza di vedute (come mi vedono gli altri e come mi vedo io) è la spia di un altro motivo per dubitare sulla natura umana. Ogni persona viene vista in modo diverso dagli altri. Questa è la dissoluzione dell’io. La crisi d’identità. Tutto è relativo, tutto è soggettivo, tutto cambia, tutto è dinamismo, trasformazione. Niente dura per sempre, non c’è un principio solido a cui attenersi. O forse c’è: è la consapevolezza che tutto è in movimento, e tutto è niente. La consapevolezza che non c’è certezza. Paradossalmente è questa l’unica verità possibile. L’insicurezza nelle altre persone è così giustificata. Ecco che si può comprendere che la vita, purtroppo, non ha senso e viene adornata da presenti speranze prima, e vane illusioni poi. Molte volte ho fatto questo discorso, e mi è stato chiesto che vita sarebbe senza uno scopo. Non e’è risposta. L’uomo è un punto, minuscolo, insignificante nell’universo. Si preoccupa di diventare famoso, si preoccupa di trovare l’amore, si preoccupa di vincere nel suo sport preferito o di riuscire bene a scuola, o si preoccupa di aiutare il prossimo. Questi sono gli adornamenti di cui prima scrivevo. C’è differenza tra il mondo inventato dall’educazione morale e dalle illusioni, e il mondo reale.
Qualcuno afferma che bisogna cercare di far rimanere un ricordo positivo poiché si rivivrà nella memoria delle generazioni future. Tuttavia il ricordo terminerà con il trascorrere di esse. Ad esempio io non so niente del mio trisnonno.
Tutto è illusione, tutto serve a far dimenticare l’infelicità di fondo dell’uomo.

Non amo dire che la mia è una filosofia vera, in quanto anche Hegel sosteneva la verità della sua filosofia, ed allo stesso modo anche S.Agostino, così come Kant, e ancora, D’holback e Cartesio… Dico solo che questo mio modo di pensare ha un grado di attinenza maggiore alla probabile verità maggiore rispetto alle altre. La mia è una filosofia negativa perché rifiuta di trovare un senso alla vita e qualunque forma di verità (eccetto il fatto che niente è durevole), mettendosi in netta contraddizione con tutte le altre filosofie (positive perché fiduciose o portatrici di verità). Quindi sono presenti due tipi di filosofie differenti. A quale credere? Rispondo che se è presente anche solo uno ed uno solo elemento negativo e di opposizione ad una tesi o filosofia, allora è da preferire la posizione più scettica. Come per la matematica meno per più fa meno, anche per la filosofia tra una negativa ed una positiva prevale quella negativa.
Forse però sarebbe veramente meglio non pensare a queste cose, perché portatrici di tristezza, malinconia. Ma permettono di aprire gli occhi sulla realtà. Quanti avranno smesso di leggermi da un pezzo perché non mi condividevano, o perché avevano paura di cambiare visone della loro vita. Ma la paura di cambiare visione non implica forse una attività del pensiero? E finora non abbiamo forse riflettuto sulla condizione dell’uomo, sulla sua natura? E se c’è la paura non vengono forse messe in seria discussione le proprie idee? E allora non sto forse persuadendovi di credere a queste mie parole? Magari perché l’uomo se facesse funzionare appieno le sue facoltà mentali capirebbe la sua reale situazione.
Una volta capito questo, io non riesco ad illudermi ancora. Come il mito della caverna di Platone: immaginiamo degli uomini chiusi fin da bambini in una grande dimora sotterranea, incatenati in modo tale da permettere loro di guardare solo davanti a sé. Dietro di loro brilla, alta e lontana, la luce di un fuoco, e tra il fuoco e i prigionieri corre una strada con un muretto. Su questa strada delle persone trasportano utensili, statue e ogni altro genere di oggetti; alcuni dei trasportatori parlano, altri no. Chi sta nella caverna, non avendo nessun termine di confronto e non potendo voltarsi, crederà che le ombre degli oggetti proiettate sulla parete di fondo siano la realtà. Per un prigioniero, lo scioglimento dai vincoli sarebbe una esperienza dolorosa. Il suo sguardo, abituato alle ombre, rimarrebbe abbagliato: se gli si chiedesse - con la tipica domanda socratica - di dire che cosa sono gli oggetti trasportati, non saprebbe rispondere, e continuerebbe a ritenere più chiare e più vere le loro ombre proiettate sulla parete. Per lui sarebbe difficile capire che sta guardando cose che godono di una realtà o verità maggiore rispetto alle loro proiezioni. Il dolore aumenterebbe se fosse costretto a guardare direttamente la luce del fuoco. E se fosse trascinato fuori dalla grotta, per l'aspra e ripida salita, e dovesse affrontare la luce del sole, la sua sofferenza e riluttanza si accrescerebbe ancora. Il suo processo di abitudine al mondo esterno dovrebbe essere graduale: prima dovrebbe imparare a vedere le ombre, le immagini delle cose riflesse nell'acqua, e poi direttamente gli oggetti. Il cielo e i corpi celesti dovrebbe cominciare a guardarli di notte, e solo in seguito anche di giorno. Una volta ambientatosi, potrebbe cominciare a ragionare sul mondo esterno, sulla sua struttura, e sul luogo che ha in esso il sole. Solo allora il prigioniero liberato, ricordandosi dei suoi compagni di prigionia e della loro conoscenza, potrebbe ritenersi felice per il cambiamento. Ma se ritornassero nella caverna, i suoi occhi, abituati alla luce, sarebbero quasi ciechi. I compagni lo deriderebbero, direbbero che si è rovinato la vista, e penserebbero che non vale la pena di uscire dalla caverna. E se qualcuno cercasse di scioglierli e di farli salire in superficie, arriverebbero ad ammazzarlo.

Spero di essere riuscito a spiegarvi la mia filosofia.


ULTIME NOTE

Tutto quello che ho scritto in questi paragrafi è frutto di alcune concezioni maturate nel corso della mia vita, e perciò delle mie esperienze e educazione.
Tutto è opinabile in quanto ogni individuo vive la sua esistenza riempiendola di un significato che è diverso da ogni altro individuo.
La mia è una filosofia materialistico-pessimista e misantropica ma moderata, dove per materialismo intendo considerare la materia come origine di tutte le cose (che vengono generate secondo un rapporto deterministico di causa-effetto) e la negazione di sostanze spirituali. Per misantropia moderata intendo il riconoscimento di una determinata natura umana improntata sull’egoismo e la ricerca del bene personale, che però cerco di vivere serenamente non cadendo nell’infelicità che la misantropia può portare.
Per quasi tutto lo scritto ho mantenuto una posizione di oggettività (terza persona) ma nella conclusione ho preferito volontariamente utilizzare la prima persona.